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Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a ...... Dalle mondine al riso biologico: storia delle risaie del VercelleseN...
10/07/2026

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Dalle mondine al riso biologico: storia delle risaie del Vercellese

Nelle risaie del Vercellese si concentra metà della produzione italiana di riso: ecco le tappe salienti della loro storia, iniziata diversi secoli fa

di Teresa Barone

Nel territorio compreso tra Vercelli e Novara si coltiva la metà della produzione di riso italiana. È proprio in questa zona pianeggiante del Piemonte, infatti, che hanno sede la maggior parte delle aziende risicole nazionali grazie alla presenza di numerosissimi canali, fondamentali per la coltivazione di questo cereale.

Vercelli, in particolare, viene considerata la “Capitale europea” del riso, in virtù della copiosa produzione ma anche della varietà di tipologie di riso che è in grado di offrire. Questa zona, inoltre, è nota per gli straordinari paesaggi generati proprio dalle tecniche di coltivazione del riso, che trasformano la campagna in ogni stagione.

La storia delle risaie del Vercellese inizia in tempi antichi, secoli prima dell’avvento delle mondine che sono subito diventate il simbolo della lavorazione del riso, protagoniste di numerose battaglie sociali.

Il duro lavoro delle mondine

Il compito delle mondine era quello di mondare (pulire) le risaie dalle erbacce durante il periodo di allagamento del campo, tecnica che permetteva di proteggere le piantine dallo sbalzo di temperatura. Un’occupazione stagionale molto faticosa, che ha impegnato centinaia di donne fin dalla fine del XIX Secolo: consisteva nello stare chine sulle piante, con le gambe immerse nell’acqua fino alle ginocchia, dotandosi solo di un cappello a tese larghe per proteggersi dal sole e da lunghe calze di cotone.

Le mondine arrivavano nel Vercellese anche dalle altre regioni del Nord, come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, trascorrendo l’intera stagione sul territorio. Furono proprio le condizioni di lavoro estremamente pesanti a generare un comprensibile malcontento, che portò a numerose ribellioni e agitazioni ai primi anni del Novecento. Solo a partire dagli anni ’60 le mondine sono state progressivamente sostituite con sistemi diserbanti meccanici.
Le risaie Vercellesi oggi:

innovazione e sostenibilità

La risicoltura Vercellese oggi è fortemente orientata alla sostenibilità e improntata sulle tecniche di coltivazione biologica, come dimostra la nascita nel maggio 2021 del “Biodistretto del riso” nel cuore della Baraggia, tra le province di Vercelli e Biella: è un’associazione che promuove la produzione biologica e la biodiversità agraria, creata da un gruppo di agricoltori bio attivi per favorire la coltivazione di antiche varietà di riso e di nuove tipologie sostenibili per l'ambiente.

La risicoltura in questa zona, inoltre, si caratterizza anche per l’adozione di nuove tecnologie innovative che convivono in perfetta armonia con la tradizione agricola locale.

Origine della risicoltura a Vercelli

Nel lontanissimo 1123, un gruppo di monaci cistercensi giunse nel Vercellese dalla Borgogna fondando l’Abbazia di Santa Maria di Lucedio e dando vita alla coltura del riso, resa possibile dalle grandiose opere di bonifica. Intorno all’Abbazia sono successivamente nate le cosiddette “Grange”, antiche case rurali che con il passare dei secoli sono diventate moderne aziende agricole.

La storia delle risaie del Vercellese si intreccia anche con il genio di Leonardo Da Vinci. Nel corso del XV Secolo, infatti, ricevette l’incarico da parte di Ludovico il Moro di trovare una soluzione per l’irrigazione delle risaie, in virtù dei suoi studi ed esperimenti in idraulica agraria. Si dice che allo stesso Leonardo, infatti, si deve la progettazione dei primi canali irrigatori e della celebre “Roggia Mora”, un vero e proprio sistema di canalizzazione idrica artificiale che sfruttava l’acqua del fiume Sesia.

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Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a.....Cannolo di ricotta: il dolce legato alla tradizione sicilianaIl cannolo...
07/07/2026

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Cannolo di ricotta: il dolce legato alla tradizione siciliana

Il cannolo siciliano ha un sapore inconfondibile e ha reso famosa la Sicilia in tutto il mondo: le sue origini risalgono addirittura al 70 a.C.

di Sofia Dinolfo

Dolce a forma di tubo, ripieno di ricotta di pecora per tradizione: il cannolo siciliano è uno dei prodotti più conosciuti al mondo. Simbolo della pasticceria isolana, rappresenta una delle paste più apprezzate non solo a livello locale ma anche internazionale. Si tratta di un dolce che trova il suo inserimento anche nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (P.A.T.) tenuto dal Ministero delle politiche agricole e forestali. Pochi gli ingredienti di cui bisogna essere a disposizione, ma prepararlo non è semplice come sembra: non sempre in questi casi è possibile dire “buona la prima”. È l’esperienza sul campo la migliore aiutante per un ottima riuscita di un vero cannolo siciliano. Da Palermo a Caltanissetta, diverse le leggende legate alla sua invenzione.

Dalla Sicilia all’America: perché tutti conoscono il cannolo

Le origini del cannolo sono relegate al territorio siciliano ma ovunque se ne apprezza il profumo e il buon sapore. Oltrepassando lo Stretto di Messina, arrivando al Nord Italia, fino all’America, difficile trovare qualcuno che non conosca questo prodotto. Ciò in virtù di due motivi. Il primo è legato all’imponente fenomeno migratorio dei siciliani in altri territori della nazione e all’estero nel Dopoguerra. Il secondo si lega al primo ma con risvolti del tutto imprenditoriali: in molti hanno sfruttato le ricette tramandate dagli antenati e le proprie abilità - non scontate - nella sua preparazione, per realizzare dei punti vendita laddove nessuno lo conosceva. Vendute le prime paste, la buona pubblicità ha fatto il resto. E così facendo, negli anni questo dolce Made in Sicily è divenuto il simbolo delle tradizioni culinarie dell’isola.

Le origini del cannolo

Le prime notizie del cannolo siciliano si hanno dal lontano 70 a.C. Il primo a parlarne è stato Cicerone il quale raccontò che durante un viaggio sull’Isola rimase colpito da un “Tubus farinarius dolcissimo edulio ex lacte fartus”, appunto un dolce fatto di farina, a forma di tubo, ripieno di crema al latte. Questa era quindi la versione più antica del dolce che, col passare degli anni, si è perfezionata sempre più fino ai tempi recenti. Ma a chi si può attribuire la titolarità dell’invenzione del cannolo? In proposito ci sono due versioni: una legata alle origini nissene e una a quelle palermitane.

La leggenda legata a Caltanissetta

Sono molte le versioni secondo le quali il cannolo siciliano sarebbe stato lavorato per la prima volta a Caltanissetta, dalle monache di clausura ,partendo dalle tradizioni culinarie degli arabi. A questi ultimi viene infatti attribuita l’idea di mescolare lo zucchero con la ricotta. Sempre nel territorio nisseno si parla della presenza di numerosi harem popolati da tante donne, dedite alla preparazione di questi dolci per ingannare il tempo.

La leggenda legata a Palermo

Le ipotesi più accreditate sulla nascita di questo dolce trovano fonte dentro il convento di Santa Maria di Monte Oliveto a Palermo, a pochi passi dalla Cattedrale. Tutto sarebbe nato da uno scherzo che le suore mettevano in atto nei confronti delle novizie. Prendendosi gioco delle nuove arrivate, le più anziane riempivano delle vasche di crema alla ricotta e al posto dei rubinetti facevano trovare le scorze dei cannoli. Ed in effetti il termine cannolo nel dialetto siculo altro non è che il rubinetto.

Le diverse varietà di cannolo

Il cannolo, nella sua forma classica, è quello farcito con ricotta di pecora e arricchito alle estremità con granelle di mandorla, oppure gocce di cioccolato o, ancora, pezzi di ciliegia o scorze di arancia candite. Tocco finale, una spolverata di zucchero a velo vanigliato. Dalla farcitura tradizionale si passa poi a quelle più estrose come le varietà al cioccolato, alla crema pasticcera, alla crema di pistacchio e altre ancora. Insomma ogni maestro dell’arte dolciaria segue un modo proprio di realizzare questa pasta. Negli ultimi anni si è anche diffusa la rivisitazione di questo dolce con la tipologia del "cannolo scomposto”. In questo caso la cialda viene presentata in un piattino ridotta in pezzettini poggiati su un letto di ricotta.

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Scopri l'Italia con le Botteghe Oggi siamo a........Brunello di Montalcino: storia del tesoro della Val d'OrciaIl Brunel...
30/06/2026

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Brunello di Montalcino: storia del tesoro della Val d'Orcia

Il Brunello di Montalcino è una delle eccellenze vinicole italiane, un tesoro che affonda le sue radici nella Val d'Orcia e nelle verdi campagne toscane

di Claudio Schirru

Il Brunello di Montalcino è oggi una delle eccellenze dell'enogastronomia italiana. Questo tesoro vinicolo ha le sue radici storiche nella Val d'Orcia, in Toscana, dove tutt'ora viene prodotto secondo precise regole. Una regolamentazione e una storia che gli sono valse la denominazione DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) nel corso degli anni '80.

Un vino rosso i cui abbinamenti ideali si rivelano le carni rosse, la selvaggina, ma anche i formaggi più stagionati e dal gusto più strutturato. Non di rado accompagna piatti che annoverano tra gli ingredienti principali funghi e tartufi, come anche gli aperitivi dai sapori decisi. Il bicchiere raccomandato ha una forma ampia, per godere al meglio del suo profumo ricco e armonioso. Insieme al Barolo è annoverato tra i vini italiani più longevi.

Caratteristiche del Brunello di Montalcino

Il colore del Brunello di Montalcino è un rosso rubino intenso, tendente al granato. Tra le altre caratteristiche organolettiche spicca un odore rappresentato da un bouquet di spezie, ciliegie e geranio. Il sapore di questo vino è tannico, asciutto, armonico e robusto nonché persistente.

Completa il quadro una gradazione alcolica di 12,5 gradi, come previsto dalla disciplinare risalente al 1966. La temperatura di servizio raccomandata è compresa tra i 18 e i 20 gradi.
Storia del tesoro della Val d'Orcia

La produzione di vini in Val d'Orcia risale a diversi secoli fa, sebbene l'origine del Brunello di Montalcino sia ricondotta alla metà dell'Ottocento. Questo capolavoro deve la sua nascita al chimico, farmacista e agricoltore Clemente Santi, che intorno al 1820 iniziò a lavorare su alcuni vitigni locali. Nel 1865 imbottigliò il suo vino e lo sottopose nel 1869 al giudizio degli esperti presenti alla Fiera Agricola di Montepulciano.

Quel suo primo imbottigliamento ufficiale denominato "Vino rosso scelto (Brunello) del 1865" ricevette due medaglie d'argento, primi riconscimenti dei molti futuri assegnati a queste produzioni. Tra questi anche diversi premi italiani e internazionali ricevuti tra Firenze, Londra e Parigi.

Il termine Brunello veniva allora utilizzato dalla popolazione di Montalcino, in provincia di Siena, per identificare le uve di quei luoghi, ritenendo erroneamente che si trattasse di vitigni particolari. Dopo anni di analisi la Commissione Ampelografica della Provincia di Siena concluse, nel 1879, che si trattava in realtà di uve varietà Sangiovese.

Fu da allora che con il termine Brunello venne identificato non un particolare vitigno, quanto una produzione vinicola geograficamente legata alla zona compresa tra i fiumi Asso, Ombrone e Orcia. Quei primi successi da parte della storica famiglia Biondi Santi spinsero le altre famiglie possidenti della zona a intraprendere l'avventura vitivinicola, dando vita ai loro personali vini. Produzioni che assunsero caratteristiche leggermente differenti tra loro, anche in virtù delle varie zone geologiche da cui è composta l'area di Montalcino.

Si contano oggi almeno 250 cantine vinicole che producono Brunello di Montalcino con uve Sangiovese in purezza. Si stima che vengano immesse sul mercato circa 6,5 milioni di bottiglie ogni anno. Affinché venga riconosciuto il marchio DOCG ciascun Brunello dovrà rispettare alcune specifiche norme disciplinari, tra le quali:

utilizzo di sole uve Sangiovese provenienti da vitigni locali;
i terreni di coltivazione delle viti devono aver avuto origine tra il Cretaceo e il Pliocene;
densità massima di impianto pari a 4 000 ceppi/ha;
titolo alcolometrico volumico totale minimo del 12%;
titolo vino 12,5%;
commercializzazione a partire dal 1 gennaio successivo al quinto anno dopo la vendemmia (invecchiamento minimo in contenitori di rovere, due anni);
per l'utilizzo del termine "Riserva" la commercializzazione non deve avvenire prima di sei anni dalla vendemmia.

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26/06/2026

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Dalle mondine al riso biologico: storia delle risaie del Vercellese

Nelle risaie del Vercellese si concentra metà della produzione italiana di riso: ecco le tappe salienti della loro storia, iniziata diversi secoli fa

di Teresa Barone

Nel territorio compreso tra Vercelli e Novara si coltiva la metà della produzione di riso italiana. È proprio in questa zona pianeggiante del Piemonte, infatti, che hanno sede la maggior parte delle aziende risicole nazionali grazie alla presenza di numerosissimi canali, fondamentali per la coltivazione di questo cereale.

Vercelli, in particolare, viene considerata la “Capitale europea” del riso, in virtù della copiosa produzione ma anche della varietà di tipologie di riso che è in grado di offrire. Questa zona, inoltre, è nota per gli straordinari paesaggi generati proprio dalle tecniche di coltivazione del riso, che trasformano la campagna in ogni stagione.

La storia delle risaie del Vercellese inizia in tempi antichi, secoli prima dell’avvento delle mondine che sono subito diventate il simbolo della lavorazione del riso, protagoniste di numerose battaglie sociali.

Il duro lavoro delle mondine

Il compito delle mondine era quello di mondare (pulire) le risaie dalle erbacce durante il periodo di allagamento del campo, tecnica che permetteva di proteggere le piantine dallo sbalzo di temperatura. Un’occupazione stagionale molto faticosa, che ha impegnato centinaia di donne fin dalla fine del XIX Secolo: consisteva nello stare chine sulle piante, con le gambe immerse nell’acqua fino alle ginocchia, dotandosi solo di un cappello a tese larghe per proteggersi dal sole e da lunghe calze di cotone.

Le mondine arrivavano nel Vercellese anche dalle altre regioni del Nord, come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, trascorrendo l’intera stagione sul territorio. Furono proprio le condizioni di lavoro estremamente pesanti a generare un comprensibile malcontento, che portò a numerose ribellioni e agitazioni ai primi anni del Novecento. Solo a partire dagli anni ’60 le mondine sono state progressivamente sostituite con sistemi diserbanti meccanici.
Le risaie Vercellesi oggi:

innovazione e sostenibilità

La risicoltura Vercellese oggi è fortemente orientata alla sostenibilità e improntata sulle tecniche di coltivazione biologica, come dimostra la nascita nel maggio 2021 del “Biodistretto del riso” nel cuore della Baraggia, tra le province di Vercelli e Biella: è un’associazione che promuove la produzione biologica e la biodiversità agraria, creata da un gruppo di agricoltori bio attivi per favorire la coltivazione di antiche varietà di riso e di nuove tipologie sostenibili per l'ambiente.

La risicoltura in questa zona, inoltre, si caratterizza anche per l’adozione di nuove tecnologie innovative che convivono in perfetta armonia con la tradizione agricola locale.

Origine della risicoltura a Vercelli

Nel lontanissimo 1123, un gruppo di monaci cistercensi giunse nel Vercellese dalla Borgogna fondando l’Abbazia di Santa Maria di Lucedio e dando vita alla coltura del riso, resa possibile dalle grandiose opere di bonifica. Intorno all’Abbazia sono successivamente nate le cosiddette “Grange”, antiche case rurali che con il passare dei secoli sono diventate moderne aziende agricole.

La storia delle risaie del Vercellese si intreccia anche con il genio di Leonardo Da Vinci. Nel corso del XV Secolo, infatti, ricevette l’incarico da parte di Ludovico il Moro di trovare una soluzione per l’irrigazione delle risaie, in virtù dei suoi studi ed esperimenti in idraulica agraria. Si dice che allo stesso Leonardo, infatti, si deve la progettazione dei primi canali irrigatori e della celebre “Roggia Mora”, un vero e proprio sistema di canalizzazione idrica artificiale che sfruttava l’acqua del fiume Sesia.

Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a..... Bassano del Grappa, la tradizione degli asparagi bianchiGli asparagi b...
23/06/2026

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Bassano del Grappa, la tradizione degli asparagi bianchi

Gli asparagi bianchi sono una tipicità Dop di Bassano del Grappa: una tradizione divenuta eccellenza italiana, tra antiche usanze e una mistica leggenda

di Angela Leucci

Bassano del Grappa è una città con una lunga storia, tanta cultura e bellezze che spaziano da quelle naturali a quelle costruite dalla mano dell’uomo. Viene chiamata anche città degli Alpini, per via della lunga tradizione legata a queste truppe dell’esercito italiano. Qui esiste anche un ponte degli Alpini, situato tra le due rive del Brenta, progettato nel XVI secolo da Andrea Palladio, dopo che il ponte di legno preesistente, che tanto era stato al centro della storia locale, venne incendiato e distrutto dall’esercito francese.

Come per molti luoghi in Veneto, Bassano è stata d’importanza cruciale nella Storia d’Italia per via della sua posizione strategica. Dal Medioevo alla Seconda Guerra Mondiale, popoli e dominazioni si sono avvicendati, battaglie sono state combattute, e la Storia si è tradotta in visibili testimonianze architettoniche, fatte di palazzi gentilizi, pregevolissimi edifici religiosi, ma anche edifici militari.

Tuttavia quando si parla di Bassano del Grappa, un centro fiorente nei campi della cultura e del turismo, non si può tralasciare anche la sua vocazione agricola, evidente in diverse colture tipiche e in un'industria devota alla trasformazione alimentare. Tra le colture tipiche ce n’è una particolarmente famosa: si tratta dell’asparago bianco di Bassano.

Cos’è l’asparago bianco di Bassano

L’asparago bianco è un ortaggio tipico del Mediterraneo dalle origini antiche. Iniziò a essere coltivato a Bassano nel XIII secolo. L’asparago di Bassano possiede delle misure specifiche (diametro centrale di 10 millimetri, lunghezza tra 18 e 22 centimetri), ma ciò che lo distingue da altri asparagi bianchi sono il sapore agrodolce e le spaccature trasversali, che ne mettono in evidenza la particolare tenerezza. Dal 2007 ha ottenuto la certificazione Dop: per sapere se gli asparagi vengono da Bassano, basta notare se sono dotati di un’etichetta con il Tricolore e di un numero seriale che rimarca l’esclusività del prodotto.

La tradizione dell’asparago bianco

È affascinante come gli asparagi di Bassano del Grappa abbiano un fascino casalingo. Sono infatti raccolti e tagliati manualmente, riuniti in mazzi per la vendita, legati insieme con un succhione di salice. La raccolta avviene tra il giorno di san Giuseppe, il 19 marzo, e Sant’Antonio da Padova, il 13 giugno.

In cucina esistono diversi piatti tipici locali che ne valorizzano il gusto, dai più comuni asparagi lessi (cotti rigorosamente in verticale) fino a risotti, lasagne, vellutate che vedono gli asparagi bianchi protagonisti di ogni piatto. Molto diffusi e amati sono anche gli asparagi bianchi con le uova, un piatto che è ritratto nel dipinto “La cena di Emmaus” di Giovambattista Piazzetta.

Gli asparagi con le uova si preparano bollendo gli asparagi in un pentolino stretto, in modo da lasciarne scoperta dall’acqua la punta. Vengono bollite anche le uova, che vengono sminuzzate e impiattate insieme agli asparagi. Il tutto è condito con pepe, sale, olio di oliva e aceto.

Le leggende sull’asparago bianco

La vulgata vuole che gli asparagi bianchi siano stati portati a Bassano del Grappa da sant’Antonio da Padova: il santo voleva intenerire, prendendolo per la gola, Ezzelino da Romano, condottiero locale detto Il Terribile per via della sua crudeltà. Al suo ritorno verso Padova, il religioso disseminò poi le siepi con semi di asparago per diffonderne la coltura.

Secondo un’altra leggenda, gli asparagi bianchi furono scoperti dai contadini bassanesi nel XVI secolo: dopo una grandinata, le punte degli asparagi furono distrutte e vennero consumate solo le parti interrate di quest’ortaggio, che erano rimaste bianche poiché sottoterra e quindi impossibilitate a completare la fotosintesi clorofilliana.

Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a.....Casoncello, una tradizione di famiglia della Val BrembanaIl casoncello ...
19/06/2026

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Casoncello, una tradizione di famiglia della Val Brembana

Il casoncello è uno dei piatti simbolo di Bergamo e della Val Brembana: dalle origini povere, ma non per questo prive di gusto, è oggi una delle ricette più amate e richieste

di Elena Riceputi

Le tradizioni culinarie nelle valli bergamasche sono ancora vive e molti sono i protagonisti della tavola che racchiudono sapori da tutelare, ma soprattutto da gustare. Cibi semplici, genuini e appetitosi, alcuni così gradevoli da assaporare ancor prima che siano pronti, dall’aroma ricco e simbolo di una cucina casalinga e autentica.

Una cucina dedicata ai cosiddetti cibi poveri, dove il sapore è predominante, con tipicità ben determinate dal territorio: un perfetto esempio sono i casoncelli, simbolo della gastronomia della Val Brembana. Scopriamoli con la ricetta di VisitBrembo.

Origini del casoncello bergamasco

I casoncelli, o Casonsèi in dialetto, sono un primo piatto tipico della cucina bergamasca: una pasta ripiena nata, pare, il 13 maggio 1386, in Città Alta a Bergamo. Occasione nella quale in città - ornata con drappi e panni di lana per inaugurare la nuova Signoria di Gian Galeazzo Visconti, che aveva liberato Bergamo dal tiranno Bernabò Visconti - furono serviti più di trecento piatti da portata di casoncelli.

Ancor oggi in tutto il territorio bergamasco se ne possono gustare varie tipologie perché, si sa, ogni famiglia, ogni ristorante, ogni cuoco ha la sua ricetta, che naturalmente considera la migliore. La loro origine, però, sembra ancora più antica e trova testimonianza in alcune citazioni di manoscritti bergamaschi.

Casoncello, il piatto "antispreco" delle famiglie brembane

Prezioso scrigno di pasta fresca ripiena, il casoncello nasce come piatto povero, con l’utilizzo di meno uova nell’impasto, un ripieno realizzato con ciò che veniva avanzato - come formaggi o ingredienti di recupero, quali il pangrattato - e un condimento semplice a base di b***o e salvia.

In Valle Brembana, soprattutto nella zona alta, amaretti e uvetta non erano ingredienti del ripieno, ricco invece di pangrattato, formaggio, brodo vegetale, quando possibile carne: cibi presenti anche nelle famiglie meno agiate. Basti pensare a come, una volta, la gente delle valli e dei territori montani viveva in simbiosi con i tempi e con i cibi che la terra e gli animali offrivano, per poter avere anche oggi un’idea degli ingredienti del ripieno. Mai una famiglia dell’Alta Valle Brembana, avendo a disposizione degli amaretti, li avrebbe sbriciolati e amalgamati nel ripieno, bensì questi biscotti sarebbero divenuti la portata di attesa di un pranzo festivo in famiglia.

Due anche le principali versioni di condimento: il semplice ma saporito b***o e salvia - due ingredienti reperibili tutto l’anno - e quello più ricco con b***o, salvia e pancetta. È inoltre diversa la forma della pasta fresca, stesa più o meno sottile, e che assume una curiosa forma a mezza luna, a fazzoletto o a caramella. Anche nella preparazione della forma, l’ingegno di alcune famiglie brembane le ha portate a tagliare rettangoli di pasta nei quali richiudere il ripieno, per evitare lo scarto dato da una forma circolare.

Il casoncello oggi

I casoncelli li ritroviamo sia nella cucina “nobile” sia in quella “popolana” e a Bergamo è stata istituita nel 2016 la festa del Casoncello. Da piatto “da festa” a cibo conviviale in occasione di sagre e feste popolari, fino a diventare il primo piatto in numerosi menu tipici del territorio brembano e bergamasco. Il casoncello rappresenta un piatto imperdibile: racconta un pezzo di storia del territorio, della tradizione della sua gente.

5 erbe per ravvivare la passione Come riaccendere la passione sfruttando le potenzialità dei rimedi naturali: ecco 5 erb...
16/06/2026

5 erbe per ravvivare la passione

Come riaccendere la passione sfruttando le potenzialità dei rimedi naturali: ecco 5 erbe che vantano notevoli effetti afrodisiaci

di Teresa Barone

Erbe e piante possono rivelarsi preziose alleate per riaccendere la passione e ravvivare la vita di coppia. Ricorrere ai rimedi naturali, infatti, è certamente una soluzione efficace per ritrovare l’armonia e l’intimità, che spesso tende a ridursi con il passare del tempo rischiando di compromettere il rapporto a due.

Attingere da tutto ciò che offre la natura, in molti casi, può rappresentare una valida alternativa ai farmaci e talvolta permette di sperimentare rimedi fai da te che è possibile utilizzare anche in ambito culinario. Dal comune zafferano all’orientale Ginkgo bilboa, fino all’esotica maca, le erbe che vantano spiccati effetti afrodisiaci non mancano. Ecco le 5 più efficaci.

Zafferano

Lo zafferano è presente in tutte le cucine, tuttavia non tutti conoscono tutte le sue virtù legate alla sfera sessuale. Questa spezia ricavata dalla pianta omonima è considerata un ottimo afrodisiaco naturale, in grado di stimolare la circolazione sanguigna e di sortire effetti benefici sull’umore.

Agendo sulla produzione di alcuni ormoni, come la serotonina e la dopamina, lo zafferano migliora l’umore e favorisce l’eccitazione.

Griffonia

Appartenente alla famiglia delle leguminose, la griffonia ha il potere di migliorare il desiderio sessuale e aumentare i livelli di serotonina. I suoi effetti si ripercuotono positivamente sull’umore, riducendo l’ansia e l’insonnia, ma anche stimolando il benessere da diversi punti di vista.

La griffonia si assume solitamente sotto forma di estratto secco, in capsule o compresse, non prima di aver consultato il proprio medico.

Ginkgo biloba

Le proprietà afrodisiache del Ginkgo biloba sono molto conosciute, dovute principalmente all’azione vasodilatatrice caratteristica di questa pianta. Nell’uomo, ad esempio, facilita questo rimedio può essere utilizzato anche in caso di disfunzione erettile proprio per la capacità di migliorare l’afflusso di sangue.

Gli effetti del Ginkgo biloba coinvolgono anche la memoria, l’umore e possono lenire alcuni disturbi molto comuni come gli acufeni e il mal di testa. È possibile assumerlo sotto forma di estratto delle foglie, ma anche in questo caso il parere del medico è fondamentale.

Maca

La maca è chiamata anche vi**ra delle Ande o vi**ra peruviano, un appellativo che fa intuire in modo efficace i suoi effetti afrodisiaci. È una pianta ricca di principi attivi che stimolano il desiderio sessuale e la produzione di testosterone, contrastando in modo efficace la fatica sia mentale sia fisica.

Oltre a poter essere assunta come integratore sotto forma di capsule, la maca può essere adoperata in ambito culinario miscelata ad altri ingredienti, sfruttando il suo retrogusto pungente. Alcuni studi, inoltre, sembrano evidenziare l’efficacia della maca nella riduzione dei principali sintomi che accompagnano la fase post menopausa, compreso il calo del desiderio.

Damiana

Grazie alla presenza di alcaloidi, la damina si caratterizza per spiccate virtù afrodisiache e stimolanti, in grado di donare benessere e placare l’ansia, spesso responsabile di frenare il desiderio. Ha proprietà antidepressive e rappresenta un ottimo stimolante neuromuscolare, agendo direttamente sul sistema nervoso sia centrale sia autonomo e migliorando la circolazione sanguigna.

La damina può essere assunta sotto forma di estratto secco in compresse o capsule, oppure come rimedio omeopatico in granuli.

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12/06/2026

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Cannolo di ricotta: il dolce legato alla tradizione siciliana

Il cannolo siciliano ha un sapore inconfondibile e ha reso famosa la Sicilia in tutto il mondo: le sue origini risalgono addirittura al 70 a.C.

di Sofia Dinolfo

Dolce a forma di tubo, ripieno di ricotta di pecora per tradizione: il cannolo siciliano è uno dei prodotti più conosciuti al mondo. Simbolo della pasticceria isolana, rappresenta una delle paste più apprezzate non solo a livello locale ma anche internazionale. Si tratta di un dolce che trova il suo inserimento anche nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (P.A.T.) tenuto dal Ministero delle politiche agricole e forestali. Pochi gli ingredienti di cui bisogna essere a disposizione, ma prepararlo non è semplice come sembra: non sempre in questi casi è possibile dire “buona la prima”. È l’esperienza sul campo la migliore aiutante per un ottima riuscita di un vero cannolo siciliano. Da Palermo a Caltanissetta, diverse le leggende legate alla sua invenzione.

Dalla Sicilia all’America: perché tutti conoscono il cannolo

Le origini del cannolo sono relegate al territorio siciliano ma ovunque se ne apprezza il profumo e il buon sapore. Oltrepassando lo Stretto di Messina, arrivando al Nord Italia, fino all’America, difficile trovare qualcuno che non conosca questo prodotto. Ciò in virtù di due motivi. Il primo è legato all’imponente fenomeno migratorio dei siciliani in altri territori della nazione e all’estero nel Dopoguerra. Il secondo si lega al primo ma con risvolti del tutto imprenditoriali: in molti hanno sfruttato le ricette tramandate dagli antenati e le proprie abilità - non scontate - nella sua preparazione, per realizzare dei punti vendita laddove nessuno lo conosceva. Vendute le prime paste, la buona pubblicità ha fatto il resto. E così facendo, negli anni questo dolce Made in Sicily è divenuto il simbolo delle tradizioni culinarie dell’isola.

Le origini del cannolo

Le prime notizie del cannolo siciliano si hanno dal lontano 70 a.C. Il primo a parlarne è stato Cicerone il quale raccontò che durante un viaggio sull’Isola rimase colpito da un “Tubus farinarius dolcissimo edulio ex lacte fartus”, appunto un dolce fatto di farina, a forma di tubo, ripieno di crema al latte. Questa era quindi la versione più antica del dolce che, col passare degli anni, si è perfezionata sempre più fino ai tempi recenti. Ma a chi si può attribuire la titolarità dell’invenzione del cannolo? In proposito ci sono due versioni: una legata alle origini nissene e una a quelle palermitane.

La leggenda legata a Caltanissetta

Sono molte le versioni secondo le quali il cannolo siciliano sarebbe stato lavorato per la prima volta a Caltanissetta, dalle monache di clausura ,partendo dalle tradizioni culinarie degli arabi. A questi ultimi viene infatti attribuita l’idea di mescolare lo zucchero con la ricotta. Sempre nel territorio nisseno si parla della presenza di numerosi harem popolati da tante donne, dedite alla preparazione di questi dolci per ingannare il tempo.

La leggenda legata a Palermo

Le ipotesi più accreditate sulla nascita di questo dolce trovano fonte dentro il convento di Santa Maria di Monte Oliveto a Palermo, a pochi passi dalla Cattedrale. Tutto sarebbe nato da uno scherzo che le suore mettevano in atto nei confronti delle novizie. Prendendosi gioco delle nuove arrivate, le più anziane riempivano delle vasche di crema alla ricotta e al posto dei rubinetti facevano trovare le scorze dei cannoli. Ed in effetti il termine cannolo nel dialetto siculo altro non è che il rubinetto.

Le diverse varietà di cannolo

Il cannolo, nella sua forma classica, è quello farcito con ricotta di pecora e arricchito alle estremità con granelle di mandorla, oppure gocce di cioccolato o, ancora, pezzi di ciliegia o scorze di arancia candite. Tocco finale, una spolverata di zucchero a velo vanigliato. Dalla farcitura tradizionale si passa poi a quelle più estrose come le varietà al cioccolato, alla crema pasticcera, alla crema di pistacchio e altre ancora. Insomma ogni maestro dell’arte dolciaria segue un modo proprio di realizzare questa pasta. Negli ultimi anni si è anche diffusa la rivisitazione di questo dolce con la tipologia del "cannolo scomposto”. In questo caso la cialda viene presentata in un piattino ridotta in pezzettini poggiati su un letto di ricotta.

Indirizzo

Via Molini 61
Lonato
25017

Orario di apertura

Lunedì 05:00 - 21:30
Martedì 05:00 - 21:30
Mercoledì 05:00 - 21:30
Giovedì 05:00 - 21:30
Venerdì 05:00 - 19:00

Telefono

+390309130078

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