08/01/2026
Non ho rinnegato ciò che ero, l’ho messo alla prova della realtà.
Sono stato comunista per idealismo, non per dogma: credevo davvero che gli esseri umani fossero uguali nella dignità e che il lavoro condiviso potesse produrre benessere per tutti. In quell’idea vedevo anche un messaggio etico profondo: per questo pensavo che Gesù, nei valori, fosse comunista. Solidarietà, condivisione, attenzione agli ultimi.
Col tempo però ho capito che quell’idea, così pura, si scontra con un limite invalicabile: l’uomo. L’essere umano è imperfetto, contraddittorio, spesso egoista. Non perché sia “cattivo” per natura, ma perché è fragile, influenzabile, incompleto. Pretendere che applichi un sistema perfetto significa ignorare questa realtà. E ogni volta che la storia ci ha provato, il risultato non è stata l’uguaglianza, ma nuove disuguaglianze e nuovi poteri.
Oggi non credo meno negli ideali, credo di più nei limiti.
Ho capito che il mondo funziona secondo regole che non posso ignorare: mercato, interesse, competizione, merito, responsabilità individuale. Posso detestarle, ma se voglio incidere devo conoscerle e usarle. Non per arrendermi, ma per piegarle – per quanto possibile – a fini più giusti.
Se questo significa essere liberale, o socialista moderno, lo accetto.
Resto convinto che nessuno si salva da solo, che il lavoro non sia solo profitto, che la società debba proteggere i più deboli. Ma so anche che l’uguaglianza non si impone dall’alto: si costruisce dentro sistemi imperfetti, passo dopo passo, accettando compromessi senza perdere la bussola morale.
In fondo non ho abbandonato il comunismo: l’ho riportato sulla terra.
Ho smesso di inseguire l’utopia pura e ho scelto di “giocare” con le regole dell’umanità, per provare a realizzare, nei limiti del possibile, ciò che ritengo giusto. Non è una resa. È maturità.