28/01/2026
Trieste, primavera del 1908.
Sotto le tende leggere del caffè affacciato su Piazza Unità, lei sedeva sempre allo stesso tavolino, quello rivolto verso il mare. Da lì poteva vedere le navi entrare in porto cariche di sacchi di caffè provenienti da terre lontane, mentre una leggera brezza di bora muoveva le tende e portava con sé il profumo salmastro dell’Adriatico.
Il suo cappello elegante arrivava da Vienna, come molte mode dell’epoca, e il vestito seguiva lo stile raffinato che rendeva Trieste una città cosmopolita, sospesa tra mare e impero.
Era figlia di un commerciante che lavorava nei magazzini del porto vecchio, dove il caffè veniva tostato e preparato per tutta l’Europa. Forse per questo non ordinava mai bevande dolci: preferiva un caffè nero forte, come si usava allora, servito lentamente in tazze di porcellana. A volte si concedeva una fetta di dolce al cioccolato, ancora una piccola rarità.
In quei pomeriggi si parlava di viaggi, di musica, di futuro. Tra una carrozza che passava e il richiamo dei gabbiani, si racconta che lì abbia incrociato lo sguardo di un giovane ufficiale di marina, dando inizio a una storia fatta di attese e incontri rubati.
Trieste viveva il suo periodo d’oro, e tra il profumo del caffè e il rumore del porto nascevano amori destinati a diventare leggenda.