07/12/2023
Marina Abramovič - Belgrado, 30 novembre 1946
[ Ritengo di trovarmi in una nuova terza età della mia vita ]
Viviamo in una società molto disturbata, abbiamo perso il nostro centro. La tecnologia ha preso il posto di tutto per noi. Non siamo più in contatto, con la telepatia, con le frange più estese della percezione o con i sogni che spesso vengono interrotti da sonniferi, dalla televisione, dall’alcool o dalle droghe. Anche la nostra relazione con la natura è disturbata e il problema più grande riguarda il fatto di non avere tempo per stare con se stessi e niente altro. E questo sta diventando sempre più cronico nella nostra società.
All'inizio non mi rendevo conto del significato inconscio delle mie performance, di quanto fosse labile il confine tra lavoro e vita: l'ho capito solo invecchiando.
A 70 anni dovevo pur liberarmi del passato, come un serpente che fa la muta, per crescere, finalmente. E dovevo farlo con sincerità, perché nella mia famiglia si teneva celato tutto. I miei genitori si odiavano – donnaiolo lui, coriacea lei, dormivano nella stessa stanza con la pi***la sul comodino – ma di volersi separare neanche un cenno. Nemmeno la morte ammettevano: tennero nascosto alla nonna anche il decesso di suo figlio, dicendole che era partito per un lungo viaggio in Cina. Io invece voglio riconoscere che dietro alla super Marina, al guerriero che in pubblico sopporta qualsiasi ordalia, c'è una Marina insicura, incasinata, che da ragazza si sentiva br**ta e goffa: naso troppo grande, occhiali troppo spessi, scarpe ortopediche per i piedi piatti. E da grande si sente br**ta e vecchia, rottamata, ogni volta che un uomo l'abbandona. Il che succede sempre. Metto continuamente sotto pressione gli amori della mia vita. Troppe richieste, troppa ossessione, troppa gelosia: una tempesta di emozioni tragicamente balcanica. Unita a un accanimento sul lavoro che nessuno riesce a reggere. Anche perché finisce per porli in secondo piano. Gli uomini mi abbandonano perché, insaziabile, pretendo tutto l'amore che non ho avuto da bambina. E perché non mollo mai: devo sempre dimostrare di vincere. Contro chissà chi. Il vero problema è l'imperativo a svettare. Il cui prezzo da pagare è la solitudine.
da Attraversare i muri Un'autobiografia - Traduzione di Alberto Pezzotta